Nell'antichità greca e latina le Sibille erano vergini, giovani ma pensate talora come decrepite, che svolgevano attività mantica in stato di trance. L'origine dell'appellativo e', per cosi' dire, avvolto nel mistero né tanto meno, sappiano con esattezza quante e quali fossero le Sibille. Varrone, per esempio, ne conta ben dieci, la persiana, l'eritrea, l'elespontia, la frigia, la cimmeria, la libica, la samia, la tiburtina e la cumana. Una delle più famose era, per l'appunto la Cumana, detta anche Amaltea, Demofila o Erofila di cui abbiamo testimonianza in Licofrone, uno scrittore greco del III secolo a.c. e in Eraclito (Heraclit, 92). In verità nella letteratura greca si parla in principio per lo più di una sola Sibilla (Aristoph, Peace 1095 e 1116; Plat., Phaedrus 244b) localizzata in Eritre, in Lidia, e a Cuma. In seguito ne furono menzionate altre (cfr. Strab, 14.1.34; Paus., 10.12.1 SS.). La Sibilla cumana è una delle figure più intriganti e misteriose della letteratura latina: personaggio semimitico ella è strettamente legata al culto di Apollo ma anche a quello di un'antica dea madre, come la disanima attenta di uno dei suoi nomi, Amaltea, rivela. Ella svolgeva la sua attività oracolare nei pressi di un antro comunemente conosciuto come "antro della Sibilla", la sacerdotessa, ispirata dal dio, vaticinava in esametri greci, su foglie di palma.
In Virgilio, nel sesto libro dell'Eneide, la Sibilla Cumana è il personaggio centrale, con la doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo e, contemporaneamente, di guida di Enea nell'oltretomba. La presentazione della sacerdotessa viene accompagnata dal fosco ritratto dei luoghi in cui ella vive che formano un tutt'uno a suggerire un'immagine di paura e, allo stesso tempo, di mistero:
At pius Aeneas arces quibus altus Apollo |
|
Caratteristico è l'aggettivo col quale Virgilio definisce la
sacerdotessa,"horrenda", termine usato forse anche per ragioni metriche ma
soprattutto per l'aspetto della sacerdotessa durante l'invasamento: in quella occasione il
dio la possiede completamente, prendendo il sopravvento sulle sue facoltà superiori dello
spirito, sulla ragione, sull'intelligenza ("mentem") e sull'animo inteso come
sede delle passione e dei sentimenti ("animum"). D'altro canto nell'immaginario
collettivo la figura di queste sacerdotesse che vivevano in grotte poco accessibili
("secreta"), dovevano incutere molto terrore così come temutissimi erano i loro
oracoli. Appare evidente, inoltre, in questi versi il legame tra la Sibilla ed Apollo,
anche se successivamente, laddove Virgilio presenta la profetessa con il nome di Deifobe,
il poeta mantovano associa al culto di Febo quello di una divinità ctonia, Trivia, cui
erano consacrati la grotta, il bosco ed il lago, che fanno da sfondo al vaticinio:
Quin protinus omnia perlegerent oculis, ni iam praemissus Achates
adforet, atque una Phoebi Triviaeque sacerdos,
Deiphobe Glauci, fatur quae talia regi:
(versi 36-37)
Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum,
quo lati ducunt aditus centum, ostia centum;
unde ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.
Ventum erat ad limen, cum virgo. "Poscere fata
tempus" ait; "deus, ecce, deus!"
(versi 43-47)
E' probabile che l'antro stesso i cui la Sibilla vaticinava fosse ricco di vapori sulfurei che producevano la trance profetica, di fatti è proprio all'ingresso della grotta che la sibilla Virgiliana sente l'imminenza della profezia:
Ventum erat ad limen, cum virgo. "Poscere fata
tempus" ait; "deus, ecce, deus!"
(versi 45-47)
Caratteristica e' la definizione della Sibilla come "VIRGO nome col quale viene definita Deifobe prima o dopo essere stata invasata dal Dio, ma mai durante l'invasamento. La possessione è, infatti, concepita come una "mixis" sessuale e come tale la condizione migliore in cui la donna può presentarsi al Dio è quella della verginità, che resta inalterata, sebbene la donna porti in sé, dopo l'invasamento, la parola del dio come un embrione.
La mistica unione con Apollo viene preceduta da una vera e propria
trasfigurazione della Sibilla:
"...Poscere fata
tempus" ait; "deus, ecce, deus!" Cui talia fanti
ante fores subito non voltus, non color unus,
non comptae mansere comae; sed pectus anhelum,
et rabie fera corda tument; maiorque videri,
nec mortale sonans, adflata est numine quando
iam propiore dei. "Cessas in vota precesque,
Tros" ait "Aenea? Cessas? Neque enim ante dehiscent
attonitae magna ora domus."
(versi 45-53)
Il cambiamento del colore del volto, il petto ansante e il cuore selvaggio che si gonfia di furore sembrano voler dimostrare una ribellione della Sibilla al Dio stesso. Virgilio la definirà' in seguito come una baccante che infuria per scacciare Apollo dal suo petto; ancora dunque un segno dell'insofferenza della Sibilla che termina solo quando cessa il furore e la rabbiosa bocca rimane quieta e Apollo l'abbandona, ancora dunque un segno dell'insofferenza della Sibilla che forse emblematicamente adombra il rifiuto totale del maschio e una dissociazione dalla cultura patriarcale.
At, Phoebi nondum patiens, immanis in antro
bacchatur vates, magnum si pectore possit
excussisse deum; tanto magis ille fatigat
os rabidum, fera corda domans, fingitque premendo.
Ostia iamque domus patuere ingentia centum
sponte sua, vatisque ferunt responsa per auras:
(vv.76-82)
Il responso della Sibilla si effonde nell'aria: significativa è la preferenza
accordata da Virgilio alla maniera più antica di oracolare, cioè in stato di furia e
verbalmente, rispetto alla scrittura su foglie in ottemperanza forse al disegno augusteo
di imbrigliare e sfruttare a proprio vantaggio la profezia della "vegliarda".
Per cui più semplice poteva risultare la manipolazione di una profezia orale rispetto ad
una scritta. Di qui la raccomandazione di Enea di non scrivere sulla foglie ripetendo in
sostanza il consiglio di Eleno ( Cfr. Aen, III 445-457)
Foliis tantum ne carmina manda,
ne turbata volent rapidis ludibria ventis;
ipsa canas oro.
(vv74-76)
La Sibilla dopo aver vaticinato i suoi orrendi enigmi, domata come un animale reso
docile da redini e sproni, si placa così che Enea può di nuovo cominciare a parlare.
Talibus ex adyto dictis Cymaea Sibylla
horrendas canit ambages antroque remugit,
obscuris vera involvens: ea frena furenti
concutit, et stimulos sub pectore vertit Apollo.
Ut primum cessit furor et rabida ora quierunt,
incipit Aeneas heros:
Quando la Sibilla riprende l'aspetto consueto, Enea le chiede di accompagnarlo nel mondo dei morti. La vergine gli risponde che ciò e consentito solo a pochissimi eletti. Se Enea vuole affrontare il duro viaggio, deve venire in possesso del ramo d'oro da offrire a Proserpina, seppellire un compagno morto e sacrificare pecore nere. Eseguiti gli ordini della sacerdotessa Enea può finalmente introdursi nell'Ade dietro l'attenta guida della Sibilla che lo inizia ai misteri dell'oltretomba. L'elemento iniziatico e negromantico si fonde così con quello oracolare e furente nell'unica figura della Sibilla, fornendo un modello che troverà ampio seguito nella produzione letteraria successiva.