In quest'opera Ovidio ci presenta tra i vari miti anche quello della Sibilla rifacendosi chiaramente a Virgilio (AEN. III e VI libro) ma, introducendo allo stesso tempo, numerose differenze. Sia Virgilio sia Ovidio ritraggono il momento in cui Enea, sbarcato sulle coste di Cuma, si reca nell'antro della Sibilla; tuttavia gli autori pongono l'accento su due funzioni diverse attribuitele; mentre in Virgilio prevale la funzione di profetessa su quella di guida, e' proprio quest'ultima che viene presa prevalentemente in considerazione da Ovidio.
Has ubi praeteriit et Parthenopeia dextra
moenia deseruit, laeva de parte canori
Aeolidae tumulum et, loca feta palustribus undis
litora Cumarum vivacisque antra Sibyllae
intrat, et ut manes veniat per Averna paternos,
At illa diu vultum tellure moratum
erexit tandemque deo furibunda recepto (101-107)
In questi versi Ovidio definisce la Sibilla "vivax". Dunque fa, e farà' nei successivi versi, un preciso riferimento all'età' della Sibilla e, come vedremo, anche alla sua storia. E' importante evidenziare che Enea chiede alla Sibilla non di profetizzare, ma solo di guidarlo nei campi Elisi per incontrare il padre. La profetessa, però, per svolgere la sua funzione di guida deve comunque essere invasata dal Dio; si ripete dunque un topos già' presente nell'Eneide, anche se l'invasamento qui non e' accompagnato dalla suggestiva trasfigurazione della Sibilla presente nell'opera di Virgilio.
Invia virtuti nulla est via!" Dixit et auro
fulgentem ramum silva Iunonis Avernae
monstravit iussitque suo divellere trunco
(versi 113-115)
Sono versi che evidenziano un "rito d'iniziazione" già' presente in Virgilio. La Sibilla comanda ad Enea di prendere il ramo d'oro, perché' solo cosi' riuscirà' a giungere alla virtù'necessaria per entrare nell'Elisio, non facendo alcun riferimento ne' a Proserpina ne' tantomeno all'offerta che Enea avrebbe dovuto dare a quest'ultima. Per Ovidio prendere il ramo e' soltanto un topos che non ha alcuna finalità in quanto, secondo la tradizione, si poteva facilmente entrare nell'inferno, ma difficile era uscirne.
"seu dea tu praesens, seu dis gratissima" dixit,
numinis instar eris semper mihi meque fatebor
muneris esse tui, quae me loca mortis adire,
quae loca me visae voluisti evadere mortis.
Pro quibus aerias meritis evectus ad auras
templa tibi statuam, tribuam tibi turis honores."
versi 123 -128
Qui Ovidio riprende esplicitamente una formula usata in Virgilio nella prima ecloga (" namque erit ille mihi semper deus, illius aram saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus\" vv. 6-7). "Sempre ti avrò come dea" E' il segno della gratitudine che Enea esprime alla Sibilla e che Titiro esprimeva a Melibeo. Sicuramente non si tratta di una captatio benevolentiæ, ma soltanto di un ringraziamento, visto che Enea non deve cercare di convincere la Sibilla a fargli da guida, ma solo ringraziarla per quello che ha già' fatto. Caratteristico e' il verbo "voluisti" al verso 126 dal quale emerge una la volontà' della Sibilla di aiutarlo. Infatti Enea dice: "E' merito tuo che io visitai della morte l'albergo e volesti che ne uscissi". Dunque la Sibilla non e' solo guida ma ha anche il potere, con sua volontà', di permettere ad Enea di uscire dall'inferno. Gli ultimi due versi 127-128 si rifanno al VI libro dell'Eneide, dove Enea promette alla Sibilla grandi penetrali entro i quali conserverà' i suoi responsi
Respicit hunc vates et suspiratibus haustis
nec dea sum" dixit "nec sacri turis honorehumanum dignare caput; neu nescius
erres,
lux aeterna mihi carituraque fine dabatur,
si mea virginitas Phoebo patuisset amanti.
Dum tamen hanc sperat dum praecorrumpere donis
me cupit, `elige' ait, `virgo Cumaea, quid optes:
optatis potiere tuis.' Ego pulveris hausti
ostendi cumulum: quot haberet corpora pulvis,
tot mihi natales contingere vana rogavi;
excidit, ut peterem iuvenes quoque protinus annos.
Hos tamen ille mihi dabat aeternamque iuventam,
si venerem paterer: contempto munere Phoebi
innuba permaneo; sed iam felicior aetas
terga dedit, tremuloque gradu venit aegra senectus
,quae patienda diu est (nam iam mihi saecula septem
acta vides): superest, numeros ut pulveris aequem,
ter centum messes, ter centum musta videre.
Tempus erit, cum de tanto me corpore parvam
longa dies faciet consumptaque membra senecta
ad minimum redigentur onus: nec amata videbor
nec placuisse deo; Phoebus quoque forsitan ipse
vel non cognoscet vel dilexisse negabit:
usque adeo mutata ferar, nullique videnda,
voce tamen noscar; vocem mihi fata relinquent."
versi 129-153
In questi versi la Sibilla specifica di essere una persona dalle caratteristiche umane e non una dea e racconta ad Enea la sua storia, che non e' affrontata da Virgilio. Dopo aver spiegato il perché' della sua "longeva" età', dopo aver parlato dell'amore di Apollo e dei granelli di sabbia, a partire dal verso 147 sembra che la Sibilla cominci a profetizzare sul suo stesso futuro. La profetessa dice che col passare del tempo il suo corpo si consumerà' fino a quando non resterà' niente altro che la voce;
Vanno infine notati sia il rotolo di papiro che, accomagna, come abbiamo visto più volte, la figura della Sibilla Cumana sia la colonna posta al centro può essere interpretato come come oggetto di separazione, emblema della diversa natura della Sibilla e del Dio.