I libri Sibillini

La storia

Secondo un’antica leggenda romana una vecchia profetessa offrì a Tarquinio (a Tarquinio Prisco secondo Varrone, a Tarquinio il Superbo secondo Plinio) nove libri oracolari. Poiché il re rifiutò l’aquisto, la vecchia ne distrusse tre e offrì nuovemente gli altri allo stesso prezzo. Data l’insistenza della donna che ad un secondo rifiuto ne distrusse altri tre, Tarquinio su suggerimento dei sacerdoti acquistò i libri rimasti che furono affidati a dei sacerdoti. La stessa venditrice avrebbe raccomandato prima di sparire misteriosamente, che venissero conservate e difese con ogni cura queste istruzioni atte a fronteggiare le crisi future del popolo romano e per questo chiamate "fata et remedia romana" (Servio auct VI 72). La raccomandazione della Sibilla fu osservata scrupolosamente, infatti quei libri così legati alla sacralità tanto che sono stati definiti da Cicerone come versi che imprigionano il "furor insanus" di chi "cumanos sensus amisit metre divinos ad secutus est" (Cicerone, div II 54110sg), sono stati sempre protetti, sempre irragiungibili per la gente comune. Forse perché la scrittura ancora poco diffusa in quell’epoca era sospettata e temuta o forse perché era più facile manipolare una voce anziché testi scritti. Caratteristico è il fatto che la Sibilla dotata dello straordinario potere non solo di profetizzare ma anche di scrivere il volere del dio, sia stata rinchiusa in cavea ferrea (Ampelio, 8 16) o in ampulla (Petronio sat. 48-8), in questi due autori emerge dunque chiaramente la volontà di tener rinchiusa la Sibilla in quanto considerata da molti potenzialmente pericolosa, ma soprattutto la volontà di ridurla a pura voce. I preziosi testi dopo essere stati acquistati, sarebbero stati sistemati entro un contenitore di pietra nascosto nei sotteranei del tempio capitolino sino all’incendio di questo avvenuto nel corso della guerra civile dell’83 (Dionisio di Alicarnasso IV 62). Dopo l’incendio per far ricostruire tale patrimonio Augusto inviò un’ambasceria nei luoghi celebri di dimora della Sibilla. Questa ritornò con un migliaio di versi che nel 76 vennero depositati nel ricostituito tempio capitolino, essi da questo momento sanciranno il potere divino di Giulio Cesare, di Antonio e di Ottaviano. Poiché in progresso di tempo si erano infiltrate falsificazioni di carattere politico, Augusto fece sottoporre ad una rigorosa revisione questi versi e li collocò nel nuovo tempio da lui dedicato ad Apollo Palatino (Svet.Aug. 31). Ordinando che le falsificazioni che circolavano privatamente fossero consegnate al pretore urbano, egli fece in modo che tutti gli scritti potenzialmente sovversivi fossero distrutti tra le fiamme, furono bruciati oltre duemila volumi e si risparmiarono solo i libri sibillini (Svetonio, Aug. 31). Augusto e l’autorità statale in genere volevano oltre che manipolare a proprio vantaggio quei testi, soprattutto fare in modo che non si compromettesse il loro contenuto sacrale. Molto difficile fu questo compito basta pensare che ancora nel 32 della nostra era, l’imperatore Tiberio ingiunse con durezza affinchè si indagasse circa l’opportunità di aggiungere un altro scritto ai libri sibillini (Tacito an. VI 12). Ricostituitosi tale patrimonio divinatorio in altri edifici sacri, a secondo del periodo storico nel tempio di Apollo (Serbio, auct VI 72) e precisamente alla base della statua del dio (Svetonio, Aug. 31), oppure nel pantheon (SHA, Aurel. 204),  il triangolo tra potere, tradizione e religione era ricomposto. Da quel momento l’impero troverà la propria conferma nelle antiche profezie. Ogni loro riapparizione dalla chiusa segretezza del sasso onde essere consultati in occasione di una crisi statale doveva essere, come si è visto, autorizzata dal senato, altrimenti sarebbe stata ascritta a colpa dei custodi (prima due, poi dieci, quindici e, infine, sessanta: Lido de mens. IV 34) e punita duramente, alla stregua del parricidio. Anche Valerio Massimo racconta che M. Tullio duumviro (o M. Attilio secondo Dionigi di Alicarnasso), per aver permesso a Petronio Sabino di farne una copia, fu punito con il supplizio destinato ai parricidi, cioè cucito vivo in un sacco di cuoio e gettato in mare, onde le diverse componenti dell’universo non ne restassero contaminate. Gli storici testimoniano che essi furono consultati per tutta l’età repubblicana e imperiale almeno fino all’imperatore Giuliano l’Apostata.

Ecco alcuni esempi di consultazione dei libri sibillini:

  1. Tolomeo Auletes, monarca egiziano, alla fine del 58 a.C., messo in fuga dall’ira dei suoi sudditi, in Alessandria, si rifugiò a Roma. Qui chiese a Pompeo di essere reinsediato, e Pompeo acconsentì. Ma dopo che nel 56 a.C. un fulmine colpì la statua di Giove sul colle Albano, si consultarono i libri sibillini, dai quali emerse che si doveva evitare la restaurazione di un re egiziano. In tal modo l’interpretazione dei libri sibillini influenzò il corso della vita politica romana.
  2. Aureliano stava per essere pesantemente sconfitto dai Marcomanni, una popolazione barbara, ma incoraggiato dal favore degli dei, rivelato per mezzo della consultazione dei libri sibillini ancora una volta Roma fu salvata riportando tre meravigliose vittorie, sul Metauro, a Fanun fortunae e vicino al Ticino.
  3. Nel febbraio del 44 a.C., Cesare intendeva marciare contro la Partia e aveva definitivamente rifiutato un’offerta dell’autorità regia. Ma nei libri sibillini, il quindecemviro Lucio Cotta, analizzando una frase, prontamente interpretò che i Parthi sarebbero stati sopraffatti solamente se i romani fossero stati guidati da un re. Cesare trovò allora una soluzione: avrebbe marciato contro la Parthia come un re, quindi avrebbe portato il titolo di re non a Roma, ma solo nelle province e negli stati clienti. Si pensa che tutto ciò fosse parte di un piano studiato da Cesare o dai suoi amici per procurargli il titolo di re.
  4. Costantino si avvicinò a Roma e si accampò in una regione vicina. Poco prima dell’alba  ricevette l’ordine di far apporre sugli scudi dei soldati, il segno di Dio e di attaccare così battaglia. Massenzio, avversario di Costantino, lo stesso giorno comandò di consultare i libri sibillini: fu interpretato che quel giorno sarebbe perito il nemico dei romani. Questa volta, però, i libri sibillini non si rivelarono fonti di verità assolute e certe.
  5. Verso il ‘400 il generale barbaro Stilicone ordinò che fossero bruciati, perchè pagani (cercare altre notizie che può dare il prof.).

 

Perché e come erano consultati i libri sibillini

La lettura dei libri sibillini oltre che limitata agli esperti sacrali ad essi adibiti, era riservata a circostanze di estrema gravità, per le quali la loro consultazione veniva, si, autorizzata, ma con tutte le cautele del caso, tendenti constantemente a tenere questi scritti il più possibile staccati dalla sfera esistenziale. Il potere dei libri sibillini era enorme, infatti essi sapientemente manipolati ed interpretati potevano dare addirittura indirizzi politici. Diversi furono i Princeps che seppero utilizzare a loro vantaggio i libri sibillini come è stato scritto da Giampaolo Infusino. Un chiaro esempio di manipolazione si ha con lo stesso Augusto che nel 18 a.C. ordinò ad Ateio Capitone, capo di una grande scuola giuridica e aderente entusiasta al regime, di consultare i libri sibillini, affinchè facesse coincidere l’inizio dell’età dell’oro, tanto attesa dai romani, con l’anno 17 a.C. Per accedere a questi libri oltre al consenso dei senatori occorreva un vero e proprio rito di iniziazione: innanzi tutto bisognava essere puri nel corpo, nell’animo e negli abiti, quindi si doveva salire al tempio deorum omnium in cui erano custoditi, provvedere ad adornare di lauro i seggi, e solo allora si potevano srotolare gli scritti sacri, ma non certo a mani nude, bensì accuratamente coperte (SHA Aurel. 18 14-21 4).

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