L'antro della Sibilla

 

 

 

Un compito non poco controverso ha rappresentato sin dall'antichità il tentativo d'identificare l'esatta collocazione dell'antro dove la Sibilla Cumana invasata dal dio Apollo vaticinava. I più antichi riferimenti ad un antro della Sibilla si trovano in un testo pseudoaristotelico (De mirab. ausc., IV-III sec. a.C.) e in Licofrone (III sec. a.C..), ma l'evocazione più famosa, che tende però più a riprodurre un'immagine suggestiva e misteriosa del luogo che a fornirci riferimenti concreti sulla sua reale collocazione, è sicuramente quella di Virgilio nel VI libro dell'Eneide. Per avere una descrizione più compiuta e una rappresentazione topografica più reale della sede oracolare della Sibilla si dovranno attendere parecchi secoli. Infatti saranno lo pseudo-Giustino (IV sec. d.C), Procopio e Agathias a fornirci dati e indicazioni più concrete ma, queste come è stato attestato da recenti studi, si riferiscono alla Crypta romana, costruzione augustea destinata a collegare la città bassa con la zona del porto, per cui non sono di aiuto per l'identificazione dell'antro. Ci sono poi delle fonti che escludono, almeno in età tarda, l'esistenza di un'apposita sede oracolare; Infatti secondo Pausania (II sec. d. C.) i cumani non avevano da mostrare alcun oracolo della Sibilla ma soltanto un'urna con le ceneri della profetessa custodita nel tempio di Apollo. Una notizia tramandata nella vita dell'imperatore Clodio Albino, secondo la quale l'imperatore avrebbe interrogato l'oracolo nel tempio di Apollo Cumano (196-197 d.C.), potrebbe avvalorare questa tesi. Questa tradizione, però,  non sembra essere molto attendibile perché se la Sibilla si fosse sempre trovata nel tempio di Apollo nessuno avrebbe potuto interrogarla visto che il tempio come luogo sacro non era accessibile a tutti.

 La permanenza del mito della Sibilla alla scomparsa del mondo antico ha   rafforzato nel medioevo il problema della localizzazione dell'antro.Primo fra tutti è stato riletto e ristudiato il VI libro dell'Eneide che, con il rilievo e l'importanza dell'incontro di Enea e della Sibilla e dell'episodio della discesa agli inferi sotto la guida della profetessa, spinse per lungo tempo a cercare proprio sulle rive del lago Averno la sede dell'oracolo sibillino dove fu rinvenuta una lunga spelonca nota ancora oggi come Grotta della Sibilla.

Per lungo tempo si credette di aver finalmente trovato il luogo sacro tanto cercato e questa convinzione, ripresa anche dal Petrarca e dal Boccaccio, è stata sostenuta in tutto il Rinascimento. Anche quando sulla scia degli studi dell''Alberti e il Capaccio si respinse la localizzazione  presso l'Averno per la suggestione del luogo e il fascino della tradizione la visita alla spelonca come antro dell'oracolo è rimasto quasi fino al secolo scorso una delle mete più ambite dei viaggiatori del Grand Tour. Soltanto verso la metà dell'800  l'interesse degli archeologi si portò sulle rovine dell'Acropoli di Cuma. Dopo il 1910 E. Gabrici rivolse la sua attenzione esclusivamente al colle di Cuma perché,  fallite ormai le ricerche del secolo precedente, si riteneva che l'antro dovesse trovarsi proprio nei pressi della città. Dal 1925 al 1932 ci furono ancora intense ricerche e ai primi tentativi fallimentari del Gabrici si affiancarono quelli del Maiuri che, in un primo momento, identificò l'antro con una galleria che attraversava il monte di Cuma, la Crypta romana descritta dallo pseudo-Giustino. Nel 1932, ritenuta errata tale identificazione, Amedeo Maiuri riprese le ricerche scoprendo un ambiente a pianta quadrangolare, utilizzato come cellaio. La grotta identificata come l'antro della Sibilla  ha subito interventi  romani e bizantini e  per il caratteristico taglio trapezoidale della parete è databile in età molto arcaica, probabilmente alla seconda metà del IV secolo a.C. L'antro è costituito da un lungo corridoio (met. 131,20) con nove bracci nella parte accidentale di questi sei comunicanti con l'esterno e tre chiusi: verso la metà del secolo scorso, sulla sinistra vi è un braccio articolato in tre ambienti rettangolari disposti a croce, usati in età romane come cisterne. Sul fondo delle cisterne alcune fosse in muratura e fosse sepolcrali indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana funzione di catacomba. Alla stessa epoca risale un Arcosolium (arco scavato nel tubo e ornato di dipinti, sormontate di loculi) visuale poco più avanti lungo il corridoio c'è una sala rettangolare. Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente chiuso da un cancello, introduce in un piccolo ambiente che si suddivide in tre nelle minori disposte a croce. Questa stanza è stata interpretata come Oikos Endotatos, in cui la Sibilla, assisa su un trono avrebbe pronunciato i suoi vaticini. La copertura a volte ha fatto però ipotizzare per la sua sala una datazione alla tarda età imperiale. Dopo un mese dalla sua scoperta l'antro liberato da tutti i detriti delle vecchie cave di tufo utilizzate in età borbonica, apparve molto simile ad un dromos. Dopo la sua scoperta il Maiuri poteva affermare "Il lungo corridoio trapezoidale alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta e a nicchioni, formano un unico insieme. Era la grotta della Sibilla, l' antro del vaticinio quale ci apparve dalla poetica visione di Virgilio e della prosaica e non meno commossa descrizione dell' Anonimo scrittore cristiano del IV secolo". Recentemente, tuttavia, si è ritenuto che l'antro fosse struttura difensiva. A sostegno di quest'ultima ipotesi vi sono la posizione della galleria posta sotto la sella che unisce l'acropoli con la collina meridionale e l'analogia con altre strutture difensive. La ricerca del vero antro della Sibilla non è ancora conclusa, infatti ora lo si cerca nei pressi del peribolo del tempio di Apollo , dove è situato un ambiente quasi completamente sotterraneo "la cisterna greca".

 

 

 

 

botdie.gif (1175 byte)

botav.gif (1174 byte)